UN DEFIBRILLATORE, UN’USTIONE E UNA VERITA’ TACIUTA

C’è un tipo di dolore che non urla subito.
Brucia lentamente, come la ferita che l’ha generato, e riemerge quando ormai nessuno la guarda più.
È il dolore del paziente che scopre di essere rimasto segnato non solo da un errore, ma da un silenzio.

È quello che è accaduto a Pisa, dove un uomo, sottoposto a un intervento di reimpianto di defibrillatore biventricolare, ha riportato un’ustione di secondo/terzo grado sul dorso.
Una cicatrice lunga, profonda, dolorosa.
Una cicatrice che però, per mesi, non ha trovato spazio in nessuna cartella clinica.

La sentenza

Con la sentenza n. 1481/2022 del 28 novembre 2022, il Tribunale di Pisa ha riconosciuto la responsabilità della struttura sanitaria per l’ustione provocata da una placca del defibrillatore esterno applicata in modo anomalo durante l’intervento.

Una vicenda che inizia nel 2011 e si trascina per anni.
Il paziente, ricoverato per l’espianto e successivo impianto del dispositivo, non riceve alcuna informazione sull’ustione al momento della dimissione.
Solo mesi dopo, rivolgendosi ad altri medici, scopre che quella lesione “inspiegabile” sul dorso è un’ustione da scarica elettrica, in tutto e per tutto compatibile con il posizionamento errato della placca.

La struttura sanitaria, citata in giudizio, ha negato ogni responsabilità, sostenendo che nessuna defibrillazione era stata eseguita e che la prima diagnosi era troppo distante nel tempo dall’intervento.
Ma la verità — come spesso accade — stava nel vuoto della documentazione.

Quando la cartella clinica tace

Il Tribunale lo dice con chiarezza: la mancata tracciabilità degli eventi sanitari non può mai ritorcersi contro il paziente.
Una cartella clinica incompleta non è una giustificazione, è una prova indiretta.
È il segno di una cura non verificabile, e quindi — potenzialmente — di un errore.

“L’incompletezza della cartella clinica integra il presupposto per la prova presuntiva del nesso causale a sfavore del medico, sempre che la condotta sia astrattamente idonea a provocare il danno.”

La Corte lo ha ricordato più volte (Cass. civ., sez. III, n. 19190/2018; n. 29498/2019).
E qui il Tribunale di Pisa lo applica in modo limpido: se la struttura non annota, allora si presume che non abbia controllato.
E se non controlla, risponde.

L’analisi tecnica: un posizionamento “anomalo”

La consulenza medico-legale disposta dal Giudice ha ricostruito la dinamica con rigore:
la placca del defibrillatore era stata applicata in sede dorsale destra, anziché in quella toracica sinistra, come previsto dai protocolli.
Un errore topografico apparentemente banale, ma sufficiente a provocare un’ustione profonda, successivamente evoluta in ulcera cronica.

I consulenti hanno accertato un danno biologico permanente del 10%, con un’invalidità temporanea complessiva di 110 giorni.
Il Tribunale ha quindi condannato la struttura sanitaria al risarcimento integrale dei danni patrimoniali e non patrimoniali, rigettando le eccezioni difensive.

Il silenzio che diventa colpa

Ma la vera forza di questa sentenza non è solo nel risarcimento.
È nel messaggio che lancia:
il silenzio clinico può valere quanto una colpa medica.

In questo caso, a “bruciare” non è stato solo il dorso del paziente, ma la credibilità dell’intera organizzazione.
Perché la cartella clinica non è un atto burocratico: è la memoria della cura, il registro dell’attenzione, la prova della diligenza.
Quando manca, non si può più distinguere l’errore dall’omissione, e la giustizia — come è giusto che sia — presume la responsabilità.

Le parole che pesano più delle ferite

Il Tribunale di Pisa richiama il principio di prossimità della prova:
chi detiene i dati, le cartelle, le procedure, ha anche l’onere di dimostrare che l’evento lesivo non dipende dal proprio operato.
E se quella prova manca, la colpa si presume.

Una frase della sentenza è tanto tecnica quanto potente: “La mancata segnalazione in cartella di eventi come una scarica del defibrillatore non esclude che essa non si sia verificata.”

In altre parole: non basta dire “non c’è scritto”.
Bisogna poter dimostrare che non è accaduto.
E quando il dubbio nasce dal buio documentale, il buio diventa responsabilità.

Dalla sala operatoria al rischio clinico

Questo caso è una lezione che va oltre il singolo paziente.
Riguarda ogni struttura che usa dispositivi elettrici, radiofrequenze, laser, bisturi ad alta frequenza.
Ogni apparecchiatura porta con sé un rischio prevedibile.
E ciò che è prevedibile deve essere gestito, controllato e tracciato.

Le ustioni iatrogene non sono più un’eccezione: compaiono in chirurgia, cardiologia, medicina estetica, fisioterapia.
E la linea che separa la complicanza dall’errore è sempre più sottile, fatta di parole scritte (o non scritte) in cartella.

La riflessione che resta

Forse la medicina moderna non ha bisogno solo di nuove tecnologie, ma di nuove parole.
Di descrizioni chiare, di segnalazioni tempestive, di documenti che raccontino la verità clinica, anche quando scomoda.

Perché la trasparenza è una forma di cura.
E perché ogni volta che un evento viene taciuto o non annotato, la fiducia tra medico e paziente perde un pezzo.

👉
In medicina, il silenzio documentale è il primo sintomo dell’errore.

 

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