In nero, ma con la speranza che l’assicurazione copra?
Cassazione Civile, Sez. Lavoro, 22 agosto 2025, n. 23672
Immaginate questa scena.
Un operaio sale su una macchina industriale per fare un intervento rapido. Nessuno lo ha formato, nessuno lo ha assunto regolarmente. Ma lavora da settimane “in prova”, come si dice.
Un attimo di distrazione, un rumore metallico, un grido.
Il piede resta incastrato nella macchina. L’infortunio è grave.
Il datore di lavoro corre all’ospedale, poi all’assicurazione.
“Pagherà tutto la polizza, vero?”. No, non proprio.
La storia vera
È il caso deciso dalla Cassazione Civile n. 23672/2025.
Un lavoratore, impiegato in nero da una società (A.A. Srl), subisce un infortunio gravissimo su una macchina industriale.
Il Tribunale prima e la Corte d’Appello poi condannano il datore di lavoro a risarcire oltre 700.000 euro per danno differenziale.
L’azienda si difende sostenendo che la copertura assicurativa doveva attivarsi.
Ma la Corte è chiarissima: “La polizza non opera se il lavoratore non è regolarmente assicurato INAIL.”
Tradotto: se lo assumi in nero, non puoi aspettarti che l’assicurazione ti salvi.
Il nodo tecnico
Molti datori pensano che la polizza “responsabilità civile verso terzi” copra tutto e tutti.
Ma la Cassazione ribadisce due principi essenziali:
1️) Il lavoratore non è un “terzo” rispetto al datore.
Se lavora per te – anche in nero – è un tuo dipendente.
E la polizza per danni ai terzi non copre i dipendenti.
2️) Serve l’iscrizione INAIL.
La garanzia assicurativa opera solo se il lavoratore è in regola.
Il “nero” non lo è.
E anche se lo regolarizzi dopo l’incidente, è troppo tardi.
Chiamate in causa, scuse e scaricabarile
In appello, la società prova a spostare la responsabilità su altri:
il costruttore della macchina, la cooperativa dove il lavoratore era stato assunto prima, perfino il responsabile della sicurezza.
La Corte risponde con una chiarezza disarmante: “Il lavoratore ha diritto di agire contro chi ritiene responsabile. Gli altri si regoleranno poi tra loro.”
Tradotto:
non si può allungare il processo sperando che qualcun altro paghi.
Il lavoratore chiede giustizia, non un labirinto di rinvii.
E nella vita reale?
Quante volte l’ho sentito dire:
“Avvocato, non gli avevo ancora fatto il contratto, ma lo avrei regolarizzato il mese dopo.” “Era un collaboratore occasionale.” “Era coperto dalla cooperativa, credo.”
Sì, ma il rischio non aspetta la burocrazia.
Il giorno in cui accade l’incidente, conta solo ciò che risulta in quel momento: contratto, INAIL, formazione, sicurezza.
Se un datore di lavoro sceglie il nero per “risparmiare”, in realtà si sta esponendo al rischio più costoso che esista.
Non solo penalmente e civilmente, ma anche economicamente:
nessuna compagnia coprirà l’illecito.
E se sei un lavoratore che accetta il “nero”, ricordati:
non sei invisibile solo al fisco, ma anche all’assicurazione, alla tutela, e ai tuoi stessi diritti.
La morale
La Cassazione non inventa nulla di nuovo:
applica l’art. 2087 c.c., che impone al datore di lavoro di garantire la sicurezza, e conferma che la solidarietà tra responsabili (art. 2055 c.c.) non obbliga il lavoratore a chiamarli tutti in causa.
Il lavoro in nero non è solo un’irregolarità amministrativa, è un boomerang giudiziario che travolge tutto – tutele, coperture, fiducia.
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