QUANDO IL MULETTO TI INVESTE E L’INAIL NON BASTA
Succede in un parcheggio qualunque, di una mattina qualunque.
Un’infermiera, con la divisa appena stirata e la testa già ai turni di reparto, attraversa il cortile per iniziare la giornata.
Un muletto elettrico fa retromarcia.
Il conducente non la vede.
Uno schianto, una caduta, un piede rotto.
Frattura al piede sinistro, 4,5% di invalidità permanente.
Nulla che la renda “inabile alla vita”, ma abbastanza per ricordarle ogni giorno – a ogni passo – che quel dolore è rimasto.
Il giudice ha detto: paga il datore.
Il Tribunale di Milano, sentenza n. 2085 del 13 marzo 2025, ha riconosciuto la responsabilità esclusiva del conducente del muletto e condannato la società proprietaria al risarcimento del danno:
€14.582,70 più interessi.
Fin qui, sembrerebbe una storia “semplice”.
Ma non lo è affatto.
INAIL o non INAIL? Questo è il punto.
La difesa della società fa la classica mossa: “C’è l’INAIL, quindi dobbiamo togliere quanto già indennizzato.”
Solo che l’INAIL, nel caso, non aveva pagato nulla.
Perché?
Perché la lesione era inferiore al 6%, soglia minima prevista dal d.lgs. 38/2000 per l’indennizzo del danno biologico permanente.
E qui il Tribunale è chiarissimo:
👉 Non si toglie quello che non si è mai avuto.
👉 Non si confonde l’indennizzo con il risarcimento.
👉 E non si “compensa” ciò che lo Stato non ha riconosciuto.
Ma non è finita.
Il giudice non si è fermato alle tabelle.
Ha personalizzato il danno del 10%, riconoscendo che l’infermiera, per la sua professione, vive in piedi, si muove, assiste, solleva, si piega.
Il suo dolore non è solo una “limitazione generica”, ma un pregiudizio specifico: quello che i giuristi chiamano cenestesi lavorativa.
In parole semplici: lo stesso 4,5% vale diversamente se sei un’infermiera, un pianista o un impiegato.
E allora sì, la giustizia – almeno in questo caso – ha saputo guardare oltre la percentuale.
La provocazione
Quante volte, invece, ci si ferma alla soglia dei numeri?
“È sotto il 6%, non spetta.”
“È un danno lieve, non risarcibile.”
“L’INAIL copre tutto.”
Davvero?
O stiamo ancora confondendo l’indennizzo assicurativo con la responsabilità civile?
L’INAIL non risarcisce la vita vissuta, il disagio relazionale, la frustrazione di chi non può più svolgere il proprio lavoro come prima.
Lo fa la giustizia, quando trova il coraggio di personalizzare.
L’aneddoto che resta
Ho seguito casi in cui un’infermiera con una lieve limitazione alla mano non poteva più fare prelievi.
O un fisioterapista che, dopo una distorsione, non riusciva più a sollevare un paziente.
Invalidità modeste sulla carta, ma devastanti nella quotidianità.
È lì che il diritto smette di essere matematica e torna a essere umanità.
La domanda finale
E allora, la prossima volta che un giudice, un perito o un avvocato parla di “solo il 4,5%”, chiediamoci: 4,5% di cosa? Della vita o del corpo?
Perché nel mondo del lavoro, anche un piccolo dolore può cambiare tutto.
Cosa ne pensi? commenta




Lascia un Commento
Vuoi partecipare alla discussione?Sentitevi liberi di contribuire!